Sempre più robot al posto dell’uomo. Anche nel pagare le tasse?

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La lentezza con cui le nuove professioni rimpiazzano quelle che vanno via via scomparendo, e il corollario della rapidità con cui l’avvento dell’intelligenza artificiale nei processi di produzione porterà alla morte di molte attività professionali soprattutto all’interno delle fabbriche sono il Grande Tema dell’economia moderna.

Secondo alcune stime otto milioni di posti di lavoro negli Stati Uniti e 15 milioni in Gran Bretagna sono a rischio per via dell’automazione nei vari comparti industriali. E le occupazioni più in pericolo – affermano i critici – sono quelle meno retribuite: il rischio è quindi che l’introduzione dei robot possa ampliare il divario fra poveri e ricchi.

Fantaeconomia

A riportare la questione nel mainstream sono state, nelle ultime ore, le riflessioni di Bill Gates, secondo cui il modo migliore per interrompere tali processi viziosi sarebbe applicare una tassa ai robot, extrema ratio visto il fallimento ormai chiaro della prima legge di Asimov, secondo cui un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva danno. Digressioni scherzose nella fantascienza a parte, c’è un’altra cosa che può sollevare una certa ironia, cioè il fatto che Gates parli di una tassa sull’automazione oggi e non lo abbia fatto quando era a capo di un impero allo stesso modo basato sull’intelligenza, variante software, mai tassata, degli oggetti su cui propone l’imposta.

Ma questa è tutta un altra storia… Il principio, in sé, è rivoluzionario. Nella sua ricetta, Bill Gates punta proprio a guardare con ottimismo in avanti perché, i lavori svolti da umani saranno sempre indispensabili.”Al momento se un lavoratore umano guadagna 50.000 dollari lavorando in una fabbrica, il suo reddito è tassato. Se un robot svolge lo stesso lavoro dovrebbe essere tassato allo stesso livello”, spiega , secondo il quale l’uso di robot può aiutare a liberare un numero maggiore di persone per altri tipi di lavoro, che solo gli esseri umani possono svolgere, dall’insegnamento alla cura degli anziani e delle persone con esigenze speciali.

L’uso di robot ”può generare profitti con risparmi sul costo del lavoro” e quindi potrebbero pagare imposte inferiori a quelle umane, ma dovrebbero pagarle. ”Non ritengo che le aziende che producono robot si arrabbierebbero se fosse imposta una tassa” aggiunge Gates.

L’interesse della politica

A onor del vero, le idee del Paperone mondiale non sono inedite. Anzi, in qualche caso, sono anche entrate a far parte delle campagne elettorali.Si pensi, per esempio, al front-runner delle primarie presidenziali del partito socialista francese Benoît Hamon, o al ​​senatore Bernie Sanders e al laburista britannico Jeremy Corbyn.

La proposta più estrema (e più discussa) è senza dubbio quella di Hamon che parte da un altro precetto (lo stesso che sta spingendo in questi giorni il geniale ed eclittico Elon Musk), quello del reddito di base (750 euro) universale per tutti i francesi, da finanziare con nuove tasse, soprattutto quelle sui robot.

A sua volta, questo legame tra il reddito per tutti e la tassa sugli automi può essere rintracciato nelle precedenti teorie del politico lussemburghese Mady Delvaux, che ha impacchettato il tutto in un progetto che ha preso forma in una relazione presentata al Parlamento europeo. Buona o cattiva che sia, l’idea non è detto che sia sufficiente: diversi studi dimostrano che l’applicazione di una tassa risolverebbe soltanto in piccola parte il problema. Per aumentare le sue possibilità di successo, spiegano gli scettici, i governi dovrebbero anche deprimere il livello di istruzione generale della popolazione, mettere in atto tutta una serie di politiche protezionistiche e indebolire la rete di sicurezza sociale.

Questo articolo è stato pubblicato su panorama.it il 20/2/2017

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