L’analfabetismo delle istituzioni e l’incapacità di cogliere il cambiamento

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Il caso Facebook-Cambridge Analytica ha la forma di una brutta ferita. Che sembra nuova, ma in realtà è una ferita vecchia. Oltre che molto estesa, dalle questioni relative alla privacy ai big data della fattispecie alle fake news, dall’intelligenza artificiale ai robot e a come questi ultimi stanno cambiando i connotati al mondo del lavoro.

In tutte le circostanze che rientrano in ciascuno di questi casi – e anche in molti altri – quello che colpisce, più di ogni altra cosa, è l’incapacità delle istituzioni di intercettare i possibili effetti negativi dell’epifenomeno di turno e neutralizzarli prima della loro degenerazione.Prendiamo il caso di cui si parla in questi giorni: le manipolazioni via social a fini elettorali, ormai puntuali a ogni tornata da elettorale in qualsivoglia luogo del pianeta.

Senza andare a scomodare il Russiagate, cioè la “madre di tutti gli scandali” di questo tipo, già in tempi lontani (lontanissimi per il calendario della Rete) si andava parlando dei rischi di ingerenza nel contesto politico. E la questione, più generale, degli usi impropri dei dati personali nasce con la stessa Internet nel momento in cui questa ha cominciato a entrare nella vita di tutti.

Eppure, nonostante gli avvertimenti, nonostante gli innumerevoli episodi, le istituzioni hanno fatto poco o nulla se non limitarsi ex post ad avvertire dell’importanza di rispettare le regole, oppure punire. Sempre e solo a posteriori. Trascurando il fatto che, probabilmente, le suddette regole possono non essere sufficienti, o anche essere completamente inefficaci. E perfino del tutto assenti.

Quanto detto finora vale, parimenti, per le altre grandi questioni connesse all’era digitale. Le fake news, altro caso emblematico. Come se, la percezione di veridicità della notizia in base a criteri emozionali e non come conseguenza di un’analisi sull’effettiva veridicità dei fatti fosse un fatto nuovo. Come se la post-verità – e con lei le “bufale” più o meno eclatanti, più o meno sofisticate – fosse un fenomeno dell’ultim’ora, spuntato dal nulla all’improvviso e degenerano così rapidamente da non dare il tempo di agire a chi è chiamato a vigilare.Il sistema ormai fa acquaLa stessa cosa vale per gli altri due aspetti che abbiamo preso ad esempio per questa riflessione.

Cosa si legge e cosa si ascolta perlopiù, a tutti i livelli, quando si è di fronte a un ragionamento sui cambiamenti del mondo del lavoro? Che ci sono sempre stati. Ed è un fatto, vero.

Come è vero che quando una professione sparisce, quando una categoria di attività commerciali esce dal mercato, quando un sistema di produzione fa il suo tempo non c’è da preoccuparsi troppo perché tanto c’è sempre una mano invisibile che entra in gioco e ristabilisce gli equilibri.

Così è stato – più o meno – finora. Eppure gli scenari oggi sembrano tutt’altro che autolivellanti, per esempio perché, rispetto al passato, la velocità con cui l’emergere di una nuova professionalità è infinitamente più lenta di quanto ci metta a sparire quella che sarebbe destinata a soppiantare. O perché, più in generale, banalmente, quelle che chiamamiamo rivoluzioni, oggi, hanno una portata ben più disruptive, in senso buono e in senso cattivo, di quelle che le hanno precedute. E anche ammmettendo, senza concedere, che questo assunto non sia vero, gli strumenti che oggi si hanno a disposizione per analizzare, prevedere ed impedire sono (dovrebbero essere?) infinitamente maggiori e migliori di quelli che esistevano in passato.

Poche storie e poche scuse quindi. Abbiamo un grande, enorme problema: l’incapacità delle istituzioni di leggere lo zeitgeist, di riconoscere il segno dei tempi con sufficiente anticipo e capacità interpretativa e di tradurre poi le conclusioni in azioni concrete, a livello politico, economico e legislativo.Siamo, cioè, di fronte a una diffuso analfabetisimo tecnologico, nella sua forma peggiore, perché non riguarda più soltanto il cittadino, l’utente, il consumatore, ma riguarda soprattutto chi gestisce la cosa pubblica.

Questo articolo è stato pubblicato su panorama.it il 12/3/2018

1 commento

  1. Ciao.

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    Grazie.

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