Ecco perché la Corte Suprema Usa ha confermato il “travel ban” di Donald Trump

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Cinque voti a favore. Quattro contrari. E’ con questi numeri che la Corte Suprema degli Stati Uniti a maggioranza repubblicana si è pronunciata sul cosiddetto travel ban, la contestata legge sul controllo negli ingressi nel Paese tanto cara a Donald Trump.

Tra i fautori del sì, ad aver prevalso è stata la linea secondo cui limitare l’accesso agli Usa ai cittadini dei cinque Paesi a maggioranza musulmana (Iran, Libia, Somalia, Siria e Yemen) e di Corea del Nord e Venezuela, rientra nelle prerogative del Presidente poiché ha a che fare con la sicurezza nazionale.

Discriminante discriminazioneSull’altro fronte, i giudici che hanno votato contro ritenendo che la decisione avesse un mero carattere discriminatorio, considerando che l’avversione all’Islam integralista e alle sue connessioni con il terrorismo sono stati usati come propaganda dal tycoon lungo tutto l’arco della sua campagna elettorale, ma soprattutto che Trump, con il suo divieto, ha violato le leggi sull’immigrazione che vietano le discriminazioni nella concessioni dei visti ai cittadini in entrata negli Usa.

La vita del travel ban, del resto, è stata piuttosto travagliata, con una prima versione presentata subito dopo l’insediamento di Trump alla Casa Bianca, con un’immediata coda di proteste e lo stop ordinato da diversi tribunali federali.

Ciò convinse l’amministrazione a indrodurre una seconda versione, che ebbe lo stesso destino di fronte ai giudici di molti Stati, messi, infine, “a tacere” dal massimo organo di giustizia federale.Per saperne di piùUsa: gli artisti e gli scrittori contro il muslim ban

Questo articolo è stato pubblicato su panorama.it il 26/6/2018

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